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| L'artista -
Il libro: "Fusione d'immagini" |
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Introduzione:
Nella scultura Sergio Dalla Mora ha sempre agito sulla
linea di un’inequivocabile originalità. Quello
che, almeno degli ultimi otto anni è uscito dalla
sua mano non fa parte del manierismo cosmopolita che oggi
ancora domina.
Forse anche per questo egli ha avuto grossi riconoscimenti
(ben quindici primi premi in altrettanti concorsi soltanto
nel giro degli ultimi quattro anni), ma ha anche suscitato
sconcerto e perplessità tra il pubblico non specializzato.
Già all’inizio è stato fuori dai consueti
binari: una serie di sculture in marmo
(è questo il suo medium espressivo), basate su
una concettualità simbolica: iterazione del motivo
e sua specularità. |
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Oggi egli, pur non rinnegando
quell’avvio in chiave di piena autonomia, ha portato
ancora avanti il suo discorso controcorrente. Ha puntato
su aggregazioni serrate di elementi figurali entro blocchi
accentrati su un unico soggetto generale: qualcosa che
unisce quoziente storico-simbolico a una rude espressività,
svariata in molteplici unitarie soluzioni plastiche. Ancora
una volta, una scultura “tutta sua”, senza
concessioni al facile gusto corrente. Di fronte a certi
parallelepipedi tutti “istoriati” si ha quasi
l’impressione di trovarsi di fronte sarcofagi di
epoca romana o paleocristiana. Ma ci si accorge ben presto
che il racconto non è in superficie, né
obbedisce ad una logica di “scrittura”, con
il consueto sviluppo semantico da sinistra a destra. Ciò
che Dalla Mora vuol dire lo dice in profondità,
saldando le facce del blocco e all’interno di esse
fondendo in modo sorprendente ogni particolare, con percorsi
visivi snodantisi, in ogni direzione, e anche verticalmente,
cioè nello scavo del marmo ben oltre il normale
rilievo. Ciò appare, ad esempio, nella simbologia
romana che egli ha intitolato “SPQR”. Nel
masso di Carrara spiccano vari riferimenti figurali: la
lupa con i gemelli, i cimieri della fanteria, la cavalleria,
i carri, gli scudi, i gambali, la Vittoria alata, l’alloro,
la forza della Legge. È la sintesi di quella che
noi chiamiamo romanità: quasi un riporto, ma in
chiave del tutto diversa, della colonna Traiana. Ciò
che colpisce di tutti questi elementi, pur diversi, è
che sono saldati in modo unitario con un procedimento
che li inserisce l’uno nell’altro, senza soluzione
di continuità. Non c’è momento di
pausa, di inerzia: tutto è ravvivato e reso splendidamente
omogeneo da incastri, chiasmi, forme, aggentanti, uncini,
triangolazioni serrate, spirali, forme a triangolo o a
trapezio, incavi, oggetti più o meno evidenziati,
graffiti, percorsi a snodo, scanalature. È una
struttura che, pur non perdendo la sua significazione,
resta omogenea nel polistilismo e nella polivalenza.
Questa soluzione è anche in altri blocchi, come
quello dedicato alla simbologia di Venezia: ancor più
raffinato e in un certo senso più ardito, proprio
perché unisce elementi storicamente differenti,
come il bizantino, il gotico, il rinascimentale; e tenta
di rendere qualcosa di fluido e atmosferico come la precarietà
esistenziale e la motilità psicologica di Venezia.
Spicca in questo bellissimo marmo rosato del Portogallo
la figura del Doge, severa e pur sfuggente, legata indissolubilmente
al destino proteiforme della sua città: tanto che
il simbolo del Leone marciano quasi la ingloba. È
la caratteristica stessa di Dalla Mora: una forma nasce
dall’altra, e tutte si ristrutturano, incastrandosi,
in un tessuto che alla fine appare unitario. Così
altre sculture recenti: quella sulle Valchirie, d’un
goticismo ritmico fortemente serrato; quella sul “pastore
d’anime e di pecore”, volta ad una spiritualità
intensa; e in altre ancora, “il filò”,
“Pegaso”, che si rifanno alle alterazioni
delle forme, al loro incastro simbolico, alla specularità
e corrispondenza delle parti. È sempre una
scultura di forte espressività e di autonomia linguistica,
volta a comunicare attraverso il simbolo, anche attraverso
il senso strutturale di una plastica sempre mossa, viva,
irruente. Come diceva Ruskin per certi trafori gotici
che tanto ammirava a Venezia, l’aria e la luce entrano
dentro la scultura, rendendola compartecipe della vita
stessa che è attorno. L’oggi e l’ieri
si saldano mirabilmente.
Paolo Rizzi |
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